giovedì 22 maggio 2008

Nota del curatore

Ho deciso di sospendere gli aggiornamenti, fondalmentamente per motivi di tempo libero, sia perché Clemente Mastella non è più un personaggio rilevante della scena politica, per cui i suoi interventi suscitano oggettivamente meno interesse.

Inoltre ho constatato fin dall'inizio che questo blog non è mai stato molto frequentato, in favore (ed a ragione!) di altri blog di "controinformazione" molto più stimolanti, come
dementemastella.blogspot.com , mastellatiodio.blogspot.com ed altri ancora.

Resta ovvio che mi riservo il diritto di riprendere gli aggiornamenti qualora ne ravvedessi la necessità! :-)


Saluti a tutti!

mercoledì 21 maggio 2008

Un Saladino per Di Pietro

E bravo Di Pietro. Leggo proprio oggi sul settimanale "Tempi" che l'ex poliziotto di ferro, l'ex pm di "mani pulite", l'ex candidato di Berlusconi al ministero degli Interni, l'ex ministro per le Infrastrutture, quello per intenderci che con Grillo manifestava sulle piazze contro tutto e contro tutti, solidarizzando con il pm di why not? Luigi De Magistris - si, proprio lui - ha più volte ricercato contatti con quel Saladino per il quale - senza alcuna responsabilità come hanno sentenziato i giudici - io sono finito invece nel tritatutto mediatico, giudiziario e politico, di cui il buon Di Pietro è stato grande megafono.
Allora - mi chiedo - è un delitto tutto ciò? Assolutamente no. Ma se Di Pietro ritiene che lo sia, mi attendo che smentisca le ricostruzioni giornalistiche del settimanale oppure si dimetta da quel ruolo di finto moralizzatore con il quale, soffiando spregiudicatamente sul fuoco del populismo e del facile qualunquismo, cerca di tirare acqua al suo mulino.
Diciamo che su questo integerrimo fustigatore, per quanto mi riguarda, continuano ad addensarsi ancora parecchi interrogativi ai quali non mi sembra abbia mai dato risposte esaurienti. Per esempio: Perchè, dopo aver assestato un duro colpo a tangentopoli si è dimesso? Perché e con quali finalità è entrato in politica? Quali sono i motivi che lo hanno portato, unico partito fra quelli del centro-sinistra, ad essere graziato dal PD che, consentendogli l'apparentamento, gli ha permesso di superare la tagliola della legge elettorale?
Dubbi, tanti dubbi. E che suscitano inquietanti interrogativi.

giovedì 15 maggio 2008

La sicurezza non passa né per i rom né per la camorra

Cerchiamo di essere seri, realisti e non fare confusione. Non c'è dubbio che l'illegalità oramai ha superato i livelli di guardia e che è necassrio provi rimedio: con urgenza e determinazione. E, in questo senso, i rom non possono avere la pretesa di crearsi una sorta di stato nello Stato dove la legalità è messa completamente al bando. In poche parole i rom, che si stanziano in Italia, devono rispettare, come tutti gli italiani, le leggi dello Stato. Ma è altrettanto vero che non si può ricorrere alla camorra per risolvere il problema dei rom. Diciamoci chiaro e tondo che la sicurezza dei cittadini non può essere attentata dai rom, così come la camorra, che è il massimo della illegalità, non può sostituirsi allo Stato, che invece deve perseguirla e combatterla anche più dei rom.

lunedì 12 maggio 2008

Ora è toccato a Schifani e domani...?

Leggo sul Corriere della Sera, a proposito della trasmissione “Che tempo fa?” di Fabio Fazio (che tante polemiche ha scatenato per le accuse, inopportune, fuori luogo, e del tutto gratuite di Travaglio nei confronti della seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato, Renato Schifani al quale ribadisco la mia stima e la mia totale solidarietà) che Giuseppe Fioroni ha dichiarato: «So che chi informa non può mai calpestare la dignità delle persone. Pensiamo al caso Mastella, uno fra i tanti». Ringrazio, ovviamente, l’ex ministro e collega Fioroni. Aggiungo, però, che se tante parole, e certe considerazioni fossero giunte nei momenti in cui la gogna mediatica del trio Santoto-Travaglio-Vauro (e non solo) si abbatteva su di me, forse, anche la passata legislatura avrebbe potuto avere una storia o un percorso completamente diverso.
Oggi leggo tanti commenti, prese di posizione dure anche da sinistra: ma allora dove erano, quando si organizzavano trappole e attacchi strumentali nei miei confronti?
Ma si sa, tutto scorre come sosteneva Eraclito. L’unica cosa che resta, invariata, purtroppo, è la tentazione, sempre più forte, di telepredicatori-giustizialisti di andare in tv senza contraddittorio, con il placet dei soliti Robespierre della politica, consentendo così la distruzione della dignità dei non allineati.
Tutto ciò, naturalmente, attraverso la benedizione del servizio pubblico, quello che i cittadini pagano con il canone. Chissà, non è giunta forse l’ora di rendere un po’ più seria e meno partigiana la nostra tv?

sabato 3 maggio 2008

Su Santoro, due pesi due misure

Sapete l’ultima? Leggo che Claudio Petruccioli – e, vedo che è in buona compagnia dalle reazioni che accompagnano la sua presa di posizione – solo oggi scopre l’uso strumentale e politico della trasmissione di Raidue “Anno Zero”. Solo oggi, finalmente, il presidente della Rai si accorge che la trasmissione del signor Santoro è in realtà un luogo di vero e proprio linciaggio mediatico, un programma appaltato a terzi, che ne fanno un uso arbitrario ed indecente. Ma questi autorevoli garantisti – mi chiedo – dove erano quando il signor Santoro e il suo Vauro per un anno intero mi hanno massacrato mediaticamente e politicamente con ospiti e servizi mirati esclusivamente a demolire la mia persona, la mia famiglia, il mio ruolo istituzionale di guardasigilli? Di fronte a tante gratuite infamie ho ascoltato solo assordanti silenzi e tanta solitudine. Non una critica, non una presa di distanza da parte dei vertici Rai, e dei miei alleati di governo verso gli insulti e le insinuazioni – verificatesi poi del tutto infondate – dei Grillo e dei De Magistris di turno. Una sola amara consolazione: come nella giustizia, e le sentenze di questi giorni lo confermano, anche in politica, alla fine, la verità viene a galla e il signor Santoro, e la sua faziosità sono serviti.

martedì 29 aprile 2008

Alla razza padana preferisco quella italiana

Si è aperta la nuova Legislatura. E innanzitutto auguri di buon lavoro al neo Presidente del Senato, Renato Schifani.
Ed ora veniamo alle dolenti note.
Leggo dalle agenzie di stampa che i «fucili» di Umberto Bossi «sono sempre caldi», «che il Cavaliere ha sposato la Lega e dovrà eseguire gli ordine» e, soprattutto, che il senatore Roberto Castelli, in predicato di un incarico di governo ai Lavori pubblici, è pronto ad investimenti per le infrastrutture solo al Nord, sottolineando che si disinteresserà completamente del Mezzogiorno. Complimenti: è un bel modo per come la Lega condizionerà pesantemente il governo Berlusconi e di come intende far crescere l’Italia.
Se il buongiorno si vede dal mattino, non c’è da stare tranquilli. Bisogna reagire. Certamente non utilizzeremo fucili, ma la voce della gente del Sud, che non potrà assistere in silenzio, e a lungo, a questa filosofia razzista e classista.
Ai miei conterranei chiedo uno scatto d’orgoglio. Chiedo di riunire le forze, di non dividerci, perché l’Italia cresca in una sorta di reciproca mutualità, con un Nord che stringe la mano al Sud e un Meridione che riscatta la propria immagine.
Per questi valori e questi ideali, non è necessario essere in Parlamento, è necessario tornare a lavorare in maniera capillare sul territorio, ascoltando le necessità della gente e facendosene interprete.
Non mi va e nemmeno ci va, come gente del Sud, sentirci un peso per la collettività quando, in realtà, siamo ben consci di essere una risorsa per l’intera nazione.

mercoledì 16 aprile 2008

Mi sono fatto due conti

Stanotte mentre guardavo e riguardavo lo spoglio elettorale per la Provincia di Benevento e il Comune di Ceppaloni, mi sono fatto anch'io due conti.
E sapete cosa ho scoperto? Che, quel quasi 17% ottenuto a Benevento con due liste dell'Udeur, che ha permesso al candidato presidente del "centro-sinistra" di vincere al primo turno, avrebbe fatto comodo anche a tanti altri. Per esempio al Senato, quei voti, avrebbero permesso di ottenere senatori in Campania, e non solo. Infatti, con un po' di lungimiranza i voti dell'Udeur, messi in campo, avrebbero fruttato senatori, per esempio, anche in Calabria e in Puglia.
Io, questi semplici conticini me li sono fatti. Chissà, se anche qualcun altro se li sarà fatti? Di certo, sul mio territorio, l'Udeur c'è, è determinante e ripartirà proprio da qui. Più semplicemente diciamo, che se non sono in Parlamento, non lo ha deciso, come per altri, l'elettorato perché io, i miei elettori, li ho, me li tengo stretti, e non li ho svenduti.
A presto, Clemente

P.S. Grazie Benevento, grazie Ceppaloni

martedì 8 aprile 2008

CARO ROMANO NON SONO STATO IO A TRADIRTI

Ho letto con molta attenzione, questa mattina, le analisi del Presidente Romano Prodi sul quotidiano La Stampa e per questa ragione ho deciso di rispondere.
Caro Romano, non sono io ad averti tradito, ma chi ha lavorato per mandarti a casa logorando la tua e la nostra azione di governo. Condivido, infatti, in larga parte le considerazioni di Prodi, soprattutto, quando individua in alcune forze politiche la responsabilità di aver minato l’azione dell’esecutivo, con dichiarazioni ed atteggiamenti istituzionalmente opinabili. Quanto a me, ricordo di essere stato oggetto, sin dal mio insediamento, di una campagna di delegittimazione portata sistematicamente avanti da una parte della coalizione, e assecondata da quegli stessi organi “padronali” dell’informazione, acerrimi nemici del professore bolognese, che strumentalizzando inchieste giudiziarie, rilevatesi poi prive di ogni fondamento, hanno decretato la mia panchina politica.
Nelle circostanze in cui è maturato il mio accerchiato e sono stato costretto ad alzare bandiera bianca, ho dovuto registrare un’avara solidarietà umana e scarse solidarietà politiche, proprio da coloro che hanno lavorato per la fine della tua esperienza di governo. Nei tuoi riguardi, caro Romano sono sempre stato leale e ti conferma anche oggi la mia piena stima.

lunedì 7 aprile 2008

Italiani, brava gente

Sento parlare di fucili, leggo di cordate fantasma per Alitalia, vedo troppe polemiche, perfino, sulle schede elettorale. E gli italiani?
Ma chissà, mi auguro solo che non perdano la speranza.
Tanta gente mi sta scrivendo in queste ore. In modo particolare dal Sud. A tutti e, in modo particolare, ai miei conterranei affiderò le mie forze, il mio impegno, e le mie ragioni per il futuro.

giovedì 3 aprile 2008

Ed ora?

cari amici, ormai sono due giorni che leggo e rileggo i tanti giornali che ritornano sulla mia assurda storia giudiziaria. C'è tanta soddisfazione ma c'è anche tanta amarezza nel dover prendere atto che altri, sul piano politico, giudiziario e mediatico, hanno lavorato per la mia eliminazione politica. E lo hanno fatto sapendo che io, come i fatti stanno dimostrando, ero del tutto innocente. Una vera e propria gogna per la quale ogni commento diventa superfluo. Vi invito, allora, a leggere la decisione del gip di Catanzaro sul caso Why Not che di seguito riporto insieme agli editoriali pubblicati oggi da Il Riformista e Avvenire (a firma di Sergio Soave)

Grazie dell'attenzione e a presto.

TRIBUNALE ORDINARIO DI CATANZARO

Sezione del Giudice per le Indagini Preliminari


Il Giudice Tiziana Macrì,
sulla richiesta di archiviazione del procedimento di cui in epigrafe a carico del Senatore Clemente MASTELLA per infondatezza della notizia di reato formulata in data 4 marzo 2008 dalla Procura Generale della Repubblica (sede);
esaminati gli atti;
premesso che per l'analitica ed esaustiva esposizione degi elementi rilevanti in ordine alla posizione del Sen. MASTELLA si richiama la richiesta di archiviazione le cui argomentazioni e valutazioni, integralmente condivise da questo Giudice, devono considerarsi qui riportate.

Osserva:

Occorre accertare: 1) se sussista una notizia di reato; 2) se la stessa sia riconducibile al Senatore MASTELLA; 3) quale sia la portata degli elementi acquisiti e se essi, in una interpretazione dinamico-evolutiva della nozione di infondatezza, presentino o meno capacità di espansione nel divenire procedimentale.
In data 14 ottobre 2007 il P.M. disponeva l’iscrizione del nominativo di Clemente MASTELLA nel Registro degli indagati in ordine ai reati p. e p. dagli artt. 110, 323, 640 cpv, c.p e 71 195/1974 e succ. mod., commessi in Calabria, Roma ed altre parti del territorio nazionale con condotta in atto.
L'iscrizione seguiva di qualche giorno l'audizione, avvenuta in data 11 ottobre 2007, di Giuseppe TURSI PRATO, detenuto per altro, che, escusso in data 10 luglio 2007 da un P.M. D.D.A., dichiarava, di essere a conoscenza di fatti di pubblica amminastrazione e di essere disponibile a riferire quanto a sua conoscenza al P.M. allora titolare del presente procedimento.
In data 11 ottobre 2007 TURSI PRATO veniva sentito in qualità di persona informata sui fatti (v. verb. Int., p. 3).
La consequenzialità temporale tra audizione ed iscrizione induce a ritenere che la notizia di reato debba ricercarsi nelle dichiarazioni indicate valutate nel contesto delle ulteriori acquisizioni.
Si evidenzia, invero, che l'obbligo di iscrizione nasce solo ove a carico di una persona emerga l'esistenza di specifici elementi indizianti e non di meri sospetti.
Il sintagma specifici elementi indizianti esprime l'esigenza deIl'acquisizion degli elementi conoscitivi necessari a delineare una notizia di reato nei confronti di una persona in termini di ragionevole determinatezza.
Nel caso di specie, TURSI PRATO, nell'esame dell'11 ottobre 2007, riferisce una espressione del SALADINO (v. rascr., p. 45) rilevante in ordine alla posizione di MASTELLA. L'analisi complessiva. delle dichiarazioni rese evidenzia, però, come risultino del tutto prive di specificazione ed indimostrate le condizioni minime necessarie ad attribuire alla locuzione di cui trattasi valore indiziante ed indicate ai punti da a) a e) e relative considerazioni della richiesta di archiviazione, p. 13 che si richiama. Alla stessa, pertanto, non può attribuirsi valenza accusatoria a carico del soggetto chiamato.
Tale valutazione è confermata all'esito dell'esame del contenuti delle dichiarazioni rese da TURSI PRATO innanzi al P.M. di Roma in data 31 ottobre 2007 de tenore che segue: «Non sono a conoscenza di fatti illeciti specifici che coinvolgano l'On. MASTELLA. Posso confermare come già detto nel verbale dell'11 ottobre c.a., che Antonio SALADINO e l'On. MASTELLA sono amici da molti anni e che questo fatto rafforza la posizione, solo ed esclusivamente sul piano politico, di SALADINO rispetto ai componenti locali dell'UDEUR» (v. verb. sint.).
Il dato non si presenta idoneo a costituire specifico elemento indiziante a carico del Sen. MASTELLA anche ai fini della mera iscrizione.
Non soccorrono rispetto all'iniziale ipotesi di accusa le acquisizioni pregresse né le successive.
Dalle dichiarazioni rese da MERANTE Caterina, LA CHIMIA Giuseppe, FRANZE’ Giancarlo e altri (v. rich. Arch.) può inferirsi l'esistenza di rapporti confidenziali tra in Sen. MASTELLA e SALADINO nonché l'attitudine di quest'ultimo a creare e mantenere "buoni rapporti con tutti" e ciò anche nell'ambito del mondo politico istituzionale ed indipendentemente dal partito o dalla coalizione di appartenenza del referente.
Non si ravvisano elementi idonei a connotare di illiceità la posizione del Sen. MASTELLA in quei rapporti confidenziali.
Alla stessa conclusione deve giungersi in ordine alle conversazioni captate sull'utenza del SALADINO che ha come interlocutori tale Enza (v. richiesta di arch., p. 2 e segg.) ed un soggetto denominato Clemente (v. rich. Arch., p. 4 e segg., conversazioni captate nel proc. N. 122/2006 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme). I dialoghi confermano soltanto l'esistenza dei rapporti confidenziali tra SALADINO ed il Sen. MASTELLA nonché il comune interesse per argomenti di natura politica.
Quanto ai contenuti dellla consulenza GENCHI, si richiama quanto esposto nella richiesta di archiviazione alle pagine 7 e seguenti. Il tabulato relativo all'utenza in uso al Sen. MASTELLA, acquisito senza l'autorizzazione della Camera di appartenenza, è inutilizzabile.
Nel merito, comunque, esso conferma soltanto la frequentazione telefonica tra SALADINO ed il Senatore già per altre vie emersa, ma inespressiva "di condotte deI MASTELLA ipotizzabili come reati".

L'analisi dei risultati investigativi acquisiti rende del tutto superfluo l'ulteriore prosieguo.

Consegue ai rilievi indicati l'accoglimento della richiesta di archiviazione nei confronti del Sen. MASTELLA per infondatezza della notizia di reato.

P.Q.M.

Letti ed applicati gli artt. 408 e segg. c.p.p.,

in accoglimento della richiesta formulata dalla Procura Generale,

• Dispone l'archiviazione del procedimento nei confronti el Sen. Clemente MASTELLA perché la notizia di reato è infondata.
• Ordina la restituzione degli atti alla Procura Generale della Repubblica (sede).
• Manda la Cancelleria per quanto di competenza.

Catanzaro, 1 aprile 2008

Il Giudice per le indagini Preliminari

Tiziana Macrì

* * *

IL RIFORMISTA

C'è chi si scusa col pm che deve scusarsi con Mastella

La notizia, sui giornali di ieri, era che il gip di Catanzaro ha accolto la richiesta del procuratore generale, ha archiviato la posizione di Mastella nell'inchiesta Why not del pm De Magistris, e ha scritto nell'ordinanza che «mancavano assolutamente i presupposti per l'iscrizione dell'ex guardasigilli nel registro degli indagati». Cioè, a voler essere generosi, che Mastella è stato vittima di un errore giudiziario. Errore che però, siccome stiamo in Italia e l'indagato era il ministro della giustizia, ha provocato conseguenze politiche durature e ormai irrevocabili. Tra le quali una campagna mediatica contro Mastella che forse ha avuto un qualche peso anche nella crisi del governo Prodi, provocata dallo stesso Mastella, e dunque nello scioglimento anticipato delle Camere.
Ebbene, sapete con che titolo è uscita ieri l'Unità, su un commento a firma di Marco Travaglio, cioè di uno dei più attivi protagonisti della campagna di cui sopra? Il titolo diceva: «E chiedere scusa?». Poiché chiedere scusa è cosa molto rara da parte di Travaglio (a meno che non debba farlo perché sta per perdere una delle sue innumerevoli cause per diffamazione, e infatti ha chiesto di recente scusa ad Antonio Socci), abbiamo letto avidamente il commento, immaginando uno di quegli esercizi giornalisti che la deontologia professionale della stampa anglosassone chiama «apology». Ci eravamo sbagliati. Travaglio, oltre a ignorare completamente l'archiviazione del caso Mastella, annunciava in realtà nel suo pezzo che ben presto, in seguito a misteriose indagini di procure che lui frequenta ma di cui noi poveri mortali non sappiamo nulla, dovremo tutti chiedere scusa a De Magistris, cioè al magistrato che dovrebbe chiedere scusa a Mastella. «A Salerno - scrive - dove De Magistris ha denunciato i superiori per la fuga di notizie, che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero (il corsivo è nostro) a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l'ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa».
Ora noi saremo felici se De Magistris si meriterà un giorno le scuse per un'ingiusta condanna del Csm. Ma, nel frattempo, non potrebbe chiedere lui scusa a Mastella, che quelle scuse se l'è già meritate per sentenza del gip? E Travaglio medesimo, non potrebbe aggiungere le sue? Oppure il coraggioso giornalismo d'inchiesta esclude la valutazione dei fatti già accertati perché può dedicarsi solo ai sospetti da accertare, e il giornalismo militante ha un'autorizzazione speciale a vedere la pagliuzza negli occhi altrui ma non la trave nel proprio?

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AVVENIRE

LA VICENDA MASTELLA

Sorprendente esempio da manuale di malagiustizia

SERGIO SOAVE

Il castello di accuse che ha travolto Clemente Mastella sta crollando miseramente per decisioni della stessa magistratura. Gli arresti inflitti a sua moglie su richiesta di un sostituto procuratore alla vigila del trasferimento e approvati da un giudice che, mentre li convalidava, si dichiarava incompetente in materia, sono stati revocati dopo pochi giorni. Il tribunale dei ministri ha decretato che il famoso viaggio a Monza sull’aereo di Stato non costituisce reato. Ora si riconosce anche che nell’inchiesta Why not per Mastella non esistevano neppure i minimi indizi necessari per iscrivere l’allora Guardasigilli nella lista degli indagati. Questo significa che Mastella aveva tutte le ragioni per inviare gli ispettori per verificare la correttezza (poi giudicata insussistente anche dal Consiglio superiore della magistratura) dell’azione di Luigi De Magistris. D’altra parte che il filo che legava Mastella all’indagine sulla (presunta) frode ai danni dell’Unione europea era esilissimo: il suo numero di telefono trovato nell’agenda di un indagato, che peraltro avendo esercitato la rappresentanza di una organizzazione sociale, teneva ovviamente contatti con esponenti politici. Su una traccia tanto evanescente è stata costruita quella che oggi si può a giusta ragione definire una persecuzione giudiziaria, immensamente amplificata dalla insistita gogna televisiva e da una implacabile campagna mediatica. Le conseguenze politiche sono state colossali, il ministro della Giustizia ho dovuto dimettersi, non avendo ricevuto la solidarietà politica che chiedeva (sostituita da un avaro e tutt’altro che unanime riconoscimento «umano») ha abbandonato la maggioranza, mettendo il suggello a una crisi già evidente. Mastella e il suo partito, per effetto della campagna che si fa fatica a chiamare di informazione costruita su quella giudiziaria dimostratasi infondata, sono diventati, nell’imminenza della consultazione elettorale, degli intoccabili. Per coalizioni e partiti, apparentarsi con l’Udeur, dipinta come la quintessenza della malapolitica, era considerato un rischio da non correre, così una presenza reale seppure circoscritta a una specifica area territoriale, è stata cancellata dalla competizione. Si tratta di un esempio da manuale di malagiustizia e malainformazione, che dovrebbe far riflettere sull’esigenza di porre dei limiti non all’autonomia della magistratura e alla libertà di stampa, ma all’abuso che si fa di questi diritti, fino a trasformarli in strumenti per offendere la dignità delle persone e creare pesanti turbative alla vita politica democratica. Almeno questo risarcimento a Mastella è dovuto, in modo che quel che ha sofferto ingiustamente non abbia a ripetersi e per far sì che a decidere delle scelte politiche sia il libero gioco delle forze in campo, del consenso che ottengono, dei risultati che conseguono, giudicati con un metro non falsificato da poteri non elettivi usati in modo scriteriato e malevolo.

sabato 1 marzo 2008

In campagna elettorale son tutti nemici

Siamo nella campagna elettorale più difficile e complicata degli ultimi anni. Si vota con un vecchio sistema elettorale ma in realtà, di fatto, si fa credere agli elettori che il sistema è cambiato. Novità ce ne sono e la novità è che si vuole schiacciare mediaticamente ogni piccola formazione. Noi siamo nel pieno di una campagna che sarà dura e, ovviamente, dobbiamo chiedere consensi per noi. Per farlo dobbiamo difenderci, e consideriamo al momento, tutti gli altri partiti come degli avversari da combattere. Ora non so se le cose cambieranno in queste ore e il clima tornerà ad essere mite. Se ci saranno strategie diverse. Per ora tira un forte vento che ci costringe a batterci contro tutti, nessun escluso. Se possibile ci metteremo il vento alle spalle e cercheremo di sfruttare al massimo ogni refolo.

giovedì 17 gennaio 2008

Il testo delle mie dimissioni

Onorevoli colleghi, vi parlo col dolore nel cuore di chi sa che a causa del suo impegno pubblico, delle sue profonde convinzioni e delle sue idealità, si trova ad essere colpito negli affetti più profondi, incredulo ed impotente. Ho provato, ho creduto, ho sperato che la frattura tra politica e magistratura potesse essere ricomposta, attraverso la dialettica, il confronto, il dialogo, l’incontro.
Ma devo prendere atto che nonostante abbia lavorato giorno e notte per dimostrare la mia credibilità e la mia buona fede di interlocutore affidabile per il mondo della giustizia, oggi mi accorgo che sono stato invece percepito da alcune frange estremiste come un avversario dacontrastare, se non addirittura un nemico da abbattere.
Ho creduto infatti, pur consapevole della estrema difficoltà di quella che alcuni reputano una missione impossibile, di dover rifiutare la pericolosa tentazione di chi vorrebbe indirizzare la Giustizia italiana verso la palude della rassegnazione e dell’impotenza, suggerendo l’ineluttabilità di un conflitto perenne e di disfunzionamento ormai cronico e irreversibile. L’illusione di poterci riuscire mi ha fatto
fare ogni sforzo, con un Parlamento mai così fragile e incerto in tutta la mia trentennale esperienza d’assemblea. Ho avuto l’illusione di poter riformare l’Ordinamento giudiziario in accordo con la Magistratura, nell’interesse del Paese. Ho avuto l’illusione che lesoluzioni trovate per migliorare l’efficienza, motivare il personale, ridurre costi ed esposizione debitoria, nonostante al mio arrivo a Via Arenula non avessi trovato né la benzina per le macchine, né la carta per i fax dei magistrati, ho avuto l’illusione, lo ribadisco, che tutto ciò potesse essere prova della mia onestà intellettuale e assenza di secondi fini. Ho avuto l’illusione di poter affermare con convinzione e senza riserve il valore, fondamentale del nostro assetto costituzionale, del principio dell’esclusiva soggezione de giudice alla legge.Soltanto, sottolineo, soltanto alla legge, ma almeno alla legge. In mancanza di ciò, credevo e credo che è la base stessa su cui poggia l’indipendenza della magistratura ad essere messa a rischio. Queste mie convinzioni, queste mie illusioni, oggi trovo frantumate contro un muro di brutalità, di indisponibilità, di chiusure e di egoismi di parte. Ho dedicato tutte le mie energie nell’ultimo anno per affermare e dimostrare che ci si poteva riuscire, che tra i poteri e le istituzioni il dialogo avrebbe premiato, convinto come sono, nella mia coscienza ispirata dalla fede, che solo nell’incontro e nella relazione con l’altro si trova la soluzione. Oggi qui le mie certezze vacillano, e con esse la mia storia di politico aperto al dialogo e all’altro sitrova in una crisi profonda.
Non si illudano coloro che confidano nello sconforto, coloro che credono che le ferite sul piano personale e sentimentale possano essere determinanti per farmi cambiare idea e percorso. Lo sapevamo, ce lo ha insegnato Aldo Moro, che non siamo chiamati a preservare un ordine
semplicemente rassicurante. Lo sapevamo che nello sfidare l’ordinaria grettezza saremmo potuti rimanere intrappolati nella palude degli egoismi, delle diffidenze e delle cattiverie. Mentre ero dedito aquesto lavoro, modesto certo, ma pieno di granitica sincerità, è iniziato un tiro al bersaglio nei miei confronti, quasi una ostinata caccia all’uomo.
Sono state utilizzate centrali d’ascolto con corsie privilegiate ogni qualvolta nel computer si accendeva la spia - mai parola fu più usata a proposito - che segnalava il mio nome o quello dei miei amici. Siamo così diventati in quel di Potenza un partito di tale rilevanza quanto ad intercettazioni subite, da poter superareagevolmente la soglia di qualsiasi percentuale elettorale. Per fare ciò è bastato che un piccolo nucleo di magistrati, per alcuni dei quali l’integrità è contestata da altri magistrati dello stesso distretto, innescasse un congegno violento, privo di obiettivi e riscontri nella realtà, confondendo ciò che è tipico della politica e che rivendico alla politica e dei suoi conflitti interni, dei suoi riti, con una colpevole quanto inesistente violazione di norme. È bastato puntare al cuore con un pregiudizio che desse l’idea di un sistema di potere da
combattere, travisando realtà e norme penali, per interrompere il mio lavoro.
Avevo resistito nel fortino personale, saldo nelle mieconvinzioni, a tutte queste corsare scorribande contro di me nella mia vita personale e politica con l’intento dichiarato d creare panico e terrore tra i miei sostenitori i cui ideali ad ispirazione cristiana forse ancora creano motivo di preoccupazione politica. Ora però, rispetto a componenti di un ordine che disinvoltamente hanno il vantaggio di poter fare e di poter decidere dei tuoi destiniprescindendo dalla tua volontà e dai tuoi comportamenti; rispetto all’imprevedibile apertura di varchi che toccano i mei affetti, la mia famiglia, mia moglie, getto la spugna.
È la prima volta, confesso, che in vita mia ho paura. Ho combattuto la mia battaglia fin quando il
combattimento era alla pari e non arrivavano colpi bassi e imprevisti, perché dalla tua condotta politica nulla lasciava presagire un concertato volume di fuoco per distruggere la tua persona, la tua dignità, i tuoi valori. Non fosse per il fatto che Patior ergo sum,tutto mi appare irreale, innaturale fuori da ogni logica che si componga con la vita politica fatta anche di sconti, di rivalse, di umori, di indicazioni, di raccomandazioni lecite solo per alcuni ordini, illecite per la classe politica. Non è possibile che il potere di vita e di morte pubblica possa appartenere a quel pacchetto di mischia giudiziario che in questo caso senza averti ascoltato né chiesto spiegazioni,
decreta la tua condanna in attesa di un giudizio che non si sa né come né quando arriverà. Questo criterio di valutazione ideologica appartiene ad una componente minoritaria della magistratura. Si tratta di un neogiustizialismo che ha fatto capolino negli ultimi tempi della storia giustiziaria del nostro Paese e che decreta l’umiliazione umana, mediatica e politica. E qualora questo pacchetto di mischia si fosse sbagliato? Chi ripagherà un domani la mia famiglia e la mia famiglia politica di questa umiliazione subita?.E se eventualmente salissero in quota responsabilità per un opera di demolizione eterodiretta tesa a scardinare il presunto sistema di potere, chi ne risponderà?. Oggi a me in questa giornata molto particolare mi è dato solo prendere atto di questa scientifica trappola che mi è stata tesa in modo vile. Così come è altrettanto vile prendere in ostaggio mia moglie cu voglio un mondo di bene e a cui rinnovo il mio affetto che si esalta in una vita in comune e che sperimenta anche così, soffrendo, il valore della famiglià. Per questo non posso consentirmi nè torsioni nè movimenti che apparirebbero come irregolari e non in linea con il rispetto che si deve ad un giudizio di cui si èserenamente in attesa. Nessuno si illuda, però. Da altre postazioni continueremo a combattere la nostra battaglia, con un’esperienza e delle ferite in più, consapevoli di essere arrivati al vero nodo della democrazia - lo scontro sotterraneo e violentissimo tra i poteri - avendo subito ora, da ministro delal Giustizia, quello che dopo 30 anni di specchiata carriera politica non avevo mai subito e non avrei maiimmaginato. Continuerò, insieme a tutti coloro che vorranno crederci, e che avranno la speranza di chi, come me, è cresciuto ed ha imparato ad essere certo del bene, quanche quando, colpiti dall’ingiustizia e dalla violenza lo si intravede molto, molto in lontananzà. ‘Mi dimetto dunque perchè tra l’amore per la mia famiglia il potere scelgo il primo. Avrei potuto operare sottili distinguo.
Mi dimetto per essere più libero umanamente e politicamente, mi dimetto sapendo che un’ingiustizia enorme è la fonte inquinata di un provvedimento perseguito con ostinazione da un procuratore che l’ordinamento manda a casa per limiti di mandato e di questo mi addebita la
colpa. Colpa che invece non ravvisa nell’esercizio domestico delle sue funzioni per altre vicende che lambiscono suoi stretti parenti e delle quali è bene che il Csm o altri si occupino. Mi dimetto riaprendo la questione delle intercettazioni a volte manipolate, a volte estrapolate ad arte, assai spesso divulgate senza alcun riguardo per la riservatezza dei cittadini. Mi dimetto perché ritengo, anche dopo la mia dolorosa esperienza, che vada recuperata la responsabilità dei magistrati, sulla scorta della giurisprudenza della corte di giustizia del Lussemburgo.
Ho trovato nel corso della mia attività istituzionale una stragrande maggioranza di magistrati seri e imparziali, ma mi sono imbattuto anche in alcuni che fanno del pregiudizio, soprattutto contro la politica ed i politici, la ragion di vita della loro attività professionale.
Come ci si può però difendere da questi il cui potere di interdizione, di delegittimazione è senza confini?. Mi dimetto per senso dello Stato. Lo faccio senza tentennamenti. In fondo un ministro della Giustzia che non è in grado di difendere la moglie dall’assalto violento ed ingiusto, di accuse balorde e non riesce ad evitarle l’arresto non è certo in grado di inquinare prove perchè è talmente risibile il suo potere che lo
si può lasciare tranquillamente al proprio posto.
Mi dimetto per riaprire dunque una grande questione democratica. Anche perchè, come ha detto Fedro: “Gli umili soffrono quando i potenti si combattono”.